domenica, 16 settembre 2007
Comunicare l'energia - pt. 1

Da tempo, mi sto occupando di energia e risparmio energetico. Ho lavorato per diversi produttori di tecnologia per la climatizzazione e la produzione energetica da fonti rinnovabili, realizzando sia informazione di prodotto sia materiali informativi su energia, cambiamento climatico, crisi dei consumi e nuove tecnologie per le fonti rinnovabili.
Negli ultimi  tre anni mi sono accorta di come questi temi siano diventati fondamentali nella
comunicazione di qualsiasi prodotto/servizio presupponga l'utilizzo di energia.
In particolare, ho notato come sia mutato il significato di un concetto ben preciso: la sostenibilità.


Si è passati da: sostenibilità intesa come privazione di qualcosa a sostenibilità come uso efficiente.

Oggi, chiunque si occupi di comunicazione non può prescindere dall'affrontare questi temi in modo ragionato, lavorando sulle immagini, ma soprattutto su un uso sapiente delle parole che devono diventare positive.

Ragioniamo su: futuro, nuove generazioni, tecnologia, innovazione, efficienza, comfort domestico, specialisti, ecc.
Evocando paure: black out, crisi, distruzione dell'ambiente, i nostri figli, sprechi, polveri sottili, ecc.

Le parole hanno cambiato il loro significato: pensiamo al RISPARMIO. Solitamente si "risparmia" quando non si hanno abbastanza soldi, oggi "risparmiare" serve per vivere meglio. È un cambiamento fondamentale, è il principio su cui si è basata la comunicazione degli ultimi anni e che ha portato le persone a desiderare il risparmio energetico, intrappolate tra il miraggio di vivere meglio e la paura di vivere peggio.

Il risultato, se ci pensate, è strepitoso. Parla e parla, e parlane ancora. La comunicazione, in pochi anni, ha reso accettabile e auspicabile ciò che tempo fa era impensabile perchè opposto al concetto di crescita: la riduzione. Pensate alla campagna contro gli sprechi e per il risparmio di
Enel.

La prossima sfida? Non credo che manchi molto ed è il nucleare.

(Sarei felice di proseguire questo discorso su Comunicare l'Energia, i consigli sono benvenuti)

Postato da: frbe a settembre 16, 2007 00:48 | link | commenti (2)

mercoledì, 12 settembre 2007
Un'impresa come una persona

David Bernstein in Company Image:
"Che all'impresa piaccia o no, sia che vi si impegni o no, il pubblico la percepisce comunque come una persona. Anche se l'impresa considera se stessa un'astrazione, o un oggetto troppo complesso per poter essere personificato, il cliente sceglierà di rendere le astrazioni tangibili, semplificando tutto".

Spesso scegliamo una marca pensando: "Quanto mi sta antipatica la XX" oppure "Mi da proprio una bella sensazione". O ancora vi ci affidiamo senza neppure pensarci, incuriositi e attratti esattamente come si fa con una persona appena conosciuta. Allo stesso modo, mandiamo a quel paese una marca che ci tradisce: "Dalla XX non me lo sarei proprio aspettata, faceva cose così belle e sicure".

Una marca è un astrazione che  si fa reale, o meglio provoca delle azioni come se fosse reale. Verrebbe da pensare di essere spettatori di un grande teatro senza fine.

Postato da: frbe a settembre 12, 2007 00:02 | link | commenti (1)

giovedì, 06 settembre 2007
Parole Sante

Da Segnal'Etica, rubrica Lettera P, ovvero "discussioni in forma di e-mail sulla pubblicità" provenienti da una vecchia lista di discussione dell'ADCI :

"Che mestiere fai? Il creativo. E che mestiere è? C'è solo un fenomeno dell'approccio alla comunicazione di cui mi sento vittima: è l'approccio degli altri che sono al di fuori del nostro lavoro. Se uno dice "sono ingegnere" va tutto bene. Se dice "sono un giornalista" allora wow. Ma io "sono un creativo" non posso proprio dirlo. Dico "faccio il creativo nel reparto creativo di un'agenzia di pubblicità". Sabato, a cena, alla tavola del diavolo (la mia) sedeva l'acqua santa (un capitano dei carabinieri); mi ha chesto che cosa io facessi esattamente: "Tu disegni la pubblicità?" E un angelo, in mio soccorso: "No, lui la scrive." Ho cercato di spiegare che andavamo in coppia come loro, ma niente. Alla fine gli ho detto la frase che uso (vedi sopra), ma, alla parola creativo, non è riuscito a trattenersi dal ridermi in faccia. Poi ha finto invidia per le tope che vedo e per altro, ma non mi ha dato soddisfazione.
Perché la pubblicità la possono fare tutti? In giro ci sono mestieranti che fanno apparire il nostro lavoro come roba che possono fare tutti, di nessun valore sociale, un gioco scarso.
Ci vorrebbe un albo per i creativi?
",  Fabio Delizzos

Postato da: frbe a settembre 06, 2007 00:04 | link | commenti (8)

mercoledì, 05 settembre 2007
Dialetto Deluxe

A
Testo: Abbiamo aperto e non siete venuti, con i saldi non vi siete visti, ci siamo adoperati a fare prezzi convenienti, "MANC PA CAP VE' PASSAT"
CAPI IN PELLE A' OFFERTA.

Traduzione: non vi è passato neppure per l'anticamera del cervello!


E pensare che
Pasolini aveva raccontato il dialetto come l'ultima terra della purezza.

Però questo 6x3 è veramente cool - grazie al blog Copywriter on the road che segnala anche l'inesattezza grammaticale dell'head.

Postato da: frbe a settembre 05, 2007 17:26 | link | commenti (2)

Di discorsi e contenuti

Premetto: non è un post politico. È solo un'amara considerazione che  ha appena trovato conferma su SocialDesignZine, la splendida fanzine on-line dell'Aiap.

L'oggetto in questione è: il partito democratico.  Ne hanno tanto parlato e tanto litigato, fra un mese e mezzo ci saranno le primarie e chiunque potrà votare il futuro segretario di partito. Ma - domanda - su che basi?
Una facile risposta l'ha data proprio SocialDesignZine, che quasi per gioco ha indetto un piccolo concorso per provare a trovare il logo  del Pd, ma i risultati sono stati un po' scarsetti. "Non per colpa di chi rispondeva - spiegano - ma, come potremmo dire?, per ‘dati insufficienti’. Si era infatti cianciato fino all’esaurimento di organigrammi, di strutture, di leadership, di chi ci sta e di chi non ci sta, di distinguo e di veti, ma assai poco di contenuti".

Ora, però, penso al bellissimo discorso di Walter Veltroni, candidato alla guida del Pd che ormai tutti i Tg e giornali definiscono il "quasi-sicuro-futuro-in pectore-segretario del partito democratico". Veltroni - secondo me - ha un copy bravissimo, e se non ce l'ha è un copy che ha sbagliato strada. A partire dal famoso congresso da lui organizzato dal titolo "I Care", all'auto-proclamazione per il trono del Pd, non ha cannato una parola. Nell'ultimo discorso - bello, bellissimo - è riuscito toccare tutti i tasti  dalla situazione italiana, dolenti e piacevoli, ha saputo far contenti tutti - tutti hanno ragione, ha saputo mettersi contro Romano Prodi e a favore di Romano Prodi. Tutto ciò per un'ora e mezza (se non ricordo male), con un ritmo e una cadenza capace di catturare l'attenzione emotiva.

L'inizio, con tanto di pause:

"Fare un'Italia nuova. E' questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico.

Riunire l'Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé.

Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.

Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l'insicurezza sociale e personale.

Per questo nasce il Partito democratico
[...]".

E poi la conclusione, da lacrime agli occhi:

"Permettetemi di concludere leggendovi poche righe. Parole di una nuova italiana. Di una ragazza della mia città, una ragazza di quindici anni. I suoi genitori hanno acconsentito che io usassi i pensieri raccolti in una sua lettera, perché lei non c'è più. Era una ragazza che doveva venire con noi in uno dei viaggi che facciamo in Africa con gli studenti delle scuole romane. Sono parole che mi tornano alla mente ogni volta che vedo emergere i segni di una società chiusa in una rabbia e in un egoismo cieco. Sono parole pensate e scritte solo due mesi prima di morire, in una lettera indirizzata ai suoi genitori nei giorni di Natale. "Durante la malattia, devo ammetterlo, ho pensato spesso e volentieri di essere la persona più sfortunata del mondo, e per questo mi vergogno di me stessa e mi considero cattiva ed egoista. Non ho pensato che ci sono persone nel mondo che, oltre alla malattia, devono combattere contro fame e povertà. Per questo ho deciso di regalarvi (anzi, regalarci) un'adozione a distanza. Spero di avervi fatti felici. Mi dispiace di non avere un regalo che possiate scartare, ma spero così di lasciarvi sorpresi".

Eccoli, i nuovi italiani. Sono così. Sono i nostri figli, sono i nostri nipoti. A loro abbiamo il dovere di consegnare un'Italia unita, moderna, giusta
".


Veltroni ha fatto un bel discorso, ha usato tecniche di persuasione, le citazioni, le incitazioni, il noi assoluto che non prevede un opposto. Bello. Ognuno, poi, la pensa come vuole.

Postato da: frbe a settembre 05, 2007 16:54 | link | commenti

lunedì, 03 settembre 2007
Speech Writing II

Cercando ancora materiale sullo speech writing ho trovato un vecchio post di Luisa Carrada dedicato proprio a questo tema. Come nel caso di Simona Mazzolini (post precedente), anche per l'autrice del Mestiere di Scrivere l'attenzione si rivolge su chi dovrà pronunciare il discorso e il contesto in cui si trova: "conoscere la persona, - spiega nel post - i suoi ritmi, le sue manie e idiosincrasie; una cosa non sempre possibile, ma in questo caso chiedete a chi lo conosce meglio e lavora direttamente con lui".
Non ci sono regole di scrittura perentorie e tecniche da seguire e valide in tutti casi. Anzi, forse proprio in un discorso è lecito non prendere la grammatica alla lettera.

James L. Horton, a cui rimandava il post di Luisa Carrada, sostiene quello che può sembrare un vero paradosso: il contenuto di un discorso non è l'aspetto principale.

"Content is what a speechwriter is usually concerned with when writing. But content does not exist by itself. Content exists in a relationship between audience and speaker. A hostile audience and a poor speaker are a disastrous pairing, no matter the value of content nor written expression of it. It follows then that the two most important tasks of the speechwriter, even more than creating content to be delivered, is to understand the audience and speaker".
James L. Horton, A Good Speech (pdf)  
 

Postato da: frbe a settembre 03, 2007 15:55 | link | commenti

domenica, 02 settembre 2007
Discorsi, interviste, dialoghi, ecc: lo Speech Writing

"È un momento chiave. Si devono usare le parole per spiegare, per intrattenere, per coinvolgere, per commuovere … Ma i discorsi che danno più soddisfazione a chi li scrive sono quelli fatti per convincere. A questo punto dovrei dire che un discorso è composto da un'introduzione, da una parte centrale e da una conclusione, che la prima e l'ultima parte sono quelle decisive agli effetti della persuasione, che si possono usare le armi della retorica, che è meglio non abusare di citazioni … Sono consigli che valgono, in diversa misura, per qualunque tipo di scrittura professionale ma che, in questo caso, non vanno presi troppo alla lettera. Perché si sta cucendo un vestito su misura, che non deve andare bene a tutti quelli che portano la taglia cinquantadue, ma essere perfetto per l'unica persona che lo indosserà: deve avere la "sua" personalità. Deve avere un ritmo, un'alternanza calibrata di toni, guizzi capaci di catturare chi ascolta e di colpirlo al cuore. Per riuscirci, capita spesso che un discorso vada oltre i limiti dell'ortodossia della scrittura. Ad esempio, l'uso che io faccio della punteggiatura è a dir poco improprio. Se ho a che fare con qualcuno poco abituato a parlare in pubblico, metto un punto fermo ogni tre parole, e do almeno cinque a capo per convincerlo che lì, proprio lì, deve fare una pausa. Molte persone trattano virgole e punti e virgola come semafori gialli: invece di fermarsi, premono sull'acceleratore". Simona Mazzolini, speech writer su Italiano Scritto

Ogni tanto mi capita di dover preparare testi che qualcuno dovrà poi leggere in pubblico (discorsi o interviste) oppure che hanno la necessità di avere caratteristiche tipiche della lettura a voce (intervista da leggere su una rivista o altro). È un'attività molto bella, anche perchè quando scrivo cerco sempre di immaginarmi  il "lettore" mentre sta leggendo il testo che sto preparando. Non è così semplice, però, perchè, come spiega Simona Mazzolini nell'intervista sul sito Italiano Scritto, ogni discorso è diverso dagli altri  perchè cambiano i luoghi, le lunghezze, i temi, i momenti in cui si parla e, soprattutto, cambiano le persone che dovranno pronunciarlo.

Per la mia piccola esperienza, posso dire quali - secondo me - sono le caratteristiche che dovrebbe avere un discorso. Sono linee generali, principi che tengo a mente mentre scrivo:

Frasi brevi, subordinate ridotte all'osso
Parole più semplici, quando si ascolta l'attenzione vacilla e un lessico ricercato (che va oltre le prerogative del contesto) rischia di rendere difficile la comprensione
• Introdurre termini tipici del linguaggio parlato, utili soprattutto all'inizio di una frase (Posso dire che... ; Mi piace pensare che... ; ecc.)
• Lavorare sulle pause
• Tenere sempre presente di quanto tempo c'è a disposizione
• Prevedere se ci saranno interazioni con il pubblico e come, eventualmente, rispondere

Credo che da qui sia necessario partire per approfondire le tecniche di speech writing. Anche se sono convinta - alla pari di Simona Mazzolini - che, vista la necessità di personalizzazione di un discorso, sia difficile individuare tecniche specifiche applicabili a tutte le lavorazioni.


Postato da: frbe a settembre 02, 2007 15:47 | link | commenti (1)
a lezione

 

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